Si sta
come d'autunno
su gli alberi
le foglie
G. UNGARETTI
lunedì 25 febbraio 2008
mercoledì 20 febbraio 2008
Sul fare poesia
Lo scrivere poesie per me è sempre stato pressapoco raggrumare la caotica complessità del mondo nella materia della parola. Come se in un punto preciso nel tempo e nello spazio qualcosa del fuggire del tempo e dello spazio si fissasse in un'essenza, una goccia di profumo.
martedì 19 febbraio 2008
Piccolo Laboratorio di Scrittura Poetica

Può essere utile entrare nell'officina di un poeta per imparare a smontare un testo poetico. Questa autoanalisi, funzionale alla traduzione in inglese per una rivista americana, è stata utilissima anche all'autore!!
Giovanna Frene
Poesia da 'Sara Laughs' (Edizioni D’If, 2007)
***
questo vetro alitato in una sola direzione che presto
un colpo inferto dall’opposto infrangerà
come un cielo stellato
come aprirlo anche un solo momento
senza che si rompa il diaframma salvifico? 5
non perché si è nelle cose
si vive
ma per i segni del piombo
***
this glass blown in one direction alone that quick
a stroke inflicted from the opposing end will shatter
like a sky starred
how to open it even a sole moment
without breaking the salvific diaphragm?
it’s not because one is in things
one lives
but for the signs of lead
(Translated by J. Scappettone, University of Chicago)
Commento a “questo vetro alitato…”
– v. 1: “vetro alitato in una sola direzione” è una metafora per la condizione della vita umana, come inevitabilmente chiusa al di qua di qualcosa (al di là, infatti, c’è solo la morte); il vetro è alitato perché è come se l’alito dell’uomo si fissasse sopra, dalla parte del vetro chiuso (“in una sola direzione” vuol dire da una sola parte);
– v. 2: “colpo inferto dall’opposto” è la metafora della morte (che è appunto al di là del vetro), che verrà e lo infrangerà;
– v. 3: il “cielo stellato”, che è l’apertura all’infinito, è una citazione da Kant («Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me»); il senso profondo della metafora è che si passa dalla vita alla morte all’infinito (vetro > colpo > vetro in frantumi come stelle);
– vv. 4/5: “come aprirlo anche un solo momento / senza che si rompa il diaframma salvifico?”, significa che il vetro (metafora della vita, vedi v. 1) non può essere aperto o rotto mentre si vive, pena appunto la morte; il vetro, infatti, pur essendo un limite, è anche un “diaframma salvifico”; in generale, la metafora significa dunque che: il limite fa parte della vita umana e non può essere superato. Questo concetto del limite richiama anche, per altri versi, la presenza della morte come limite nella vita (cioè non intesa come quella che romperà il vetro al v.2, ma intesa come facente parte della struttura del vetro, cioè della vita): infatti, il vetro può anche essere interpretato come il vetro di certe bare da morto; dunque, la metafora parte da questo punto di vista anche da un’immagine precisa, che è una nuova metafora: la vita è come essere chiusi in una cassa da morto da cui guardiamo fuori attraverso il vetro;
– vv. 6/8: quest’ultima metafora della morte raffigurata nella bara con il vetro, viene poi ripresa negli ultimi tre versi: i “segni del piombo” del v. 8 sono infatti quelli di chiusura della bara (questo procedimento è usare un’immagine reale anche in senso metaforico); dunque il senso finale è che “si vive” non perché si è nella realtà (“nelle cose”), ma perché il limite ci salva (“ i segni del piombo” sono infatti quelli che sigillano la bara da dentro cui l’uomo guarda fuori: e qui si torna all’idea espressa all’inizio, del “diaframma salvifico”).
Boris Pahor, 'Necropoli'

Segnalo un bellissimo libro di cui sono venuta a conoscenza da poco e che ho intenzione di leggere:
BORIS PAHOR, 'Necropoli', Roma, Fazi 2008
Pahor (1913), scrittore sloveno di Trieste, più volte candidato al Nobel, narra in questo libro la sua esperienza di internato nei campi di concentramento nazisti. Il libro, pubblicato in lingua italiana a Trieste quasi clandestinamente circa 40 anni fa, ha aspettato 40 anni per vedere la luce ufficialmente nella cultura italiana. Meditate, gente, meditate...
lunedì 18 febbraio 2008
June Jordan (1936-2002), poetessa afro-americana
Dalle innumerevoli traduzioni dell'amica Elisa Biagini (Firenze, 1970) riporto oggi una poesia dell'afro-americana June Jordan, poetessa, saggista, scrittrice e docente di scrittura creativa:
***
"Per tutto il giorno ho fatto le cose in fretta
raccogliendo foglie
raschiando una padella
leggendo alla svelta un'antologia di poesia
asiatico-americana.
Tutto perché faceva così male
pensare a te faceva male
perché
mi sono mossa così lentamente
e in cerchi
apparentemente insensibile
a come tenevi l'asciugamano
largo per quanto sono lunghe le tue braccia sottili
per avvolgerlo intorno a me
tremante dalla vasca
come tenevi un libro di storie per bambini
vicino alla mia quasi chiusa palpebra
come tenevi me
libera
come potevo solo sperare
di essere."
ciao ciao
***
"Per tutto il giorno ho fatto le cose in fretta
raccogliendo foglie
raschiando una padella
leggendo alla svelta un'antologia di poesia
asiatico-americana.
Tutto perché faceva così male
pensare a te faceva male
perché
mi sono mossa così lentamente
e in cerchi
apparentemente insensibile
a come tenevi l'asciugamano
largo per quanto sono lunghe le tue braccia sottili
per avvolgerlo intorno a me
tremante dalla vasca
come tenevi un libro di storie per bambini
vicino alla mia quasi chiusa palpebra
come tenevi me
libera
come potevo solo sperare
di essere."
ciao ciao
domenica 17 febbraio 2008
Dama ROSSO

Sul potere della parola. Oggi un mio amico designer mi spedisce un allegato che si intitola 'Dama ROSSO'. Io ho pensato a una dama in rosso di qualche quadro. Invece, era una sedia rossa progettata da lui (per vedere il colore rosso, corretto, clikkare sull'immagine: qui nell'icona in piccolo si vede blu).
Il tempo, grande signore

"Mi indicherai un uomo che attribuisca un valore effettivo al tempo, che sappia soppesare ogni giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? Sbagliamo, infatti, in questo: che ravvisiamo la morte innanzi a noi; ebbene: una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente."
Seneca, 'Lettere a Lucilio, I,1,2'
Questo è il cimitero del mio paesello d'origine, Crespano del Grappa (TV), alle pendici dell'omonimo massiccio; la chiesetta, dedicata a San Pancrazio, risale al XIII secolo.
sabato 16 febbraio 2008
"Pastorale americana"
Ciao ragazzi,
oggi metterò in rete l'incipit di un libro straordianrio di Philip Roth, "Pastorale americana", romanzo con cui il grande scrittore americano vinse il Pulitzer Prize nel 1997.
"Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta di liceo. Era magico il nome, come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov."
Avete mai letto un altro grandissimo scrittore americano contemporaneo che risponde al nome DON DELILLO?
Ciao a tutti e buon fine settimana
oggi metterò in rete l'incipit di un libro straordianrio di Philip Roth, "Pastorale americana", romanzo con cui il grande scrittore americano vinse il Pulitzer Prize nel 1997.
"Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta di liceo. Era magico il nome, come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov."
Avete mai letto un altro grandissimo scrittore americano contemporaneo che risponde al nome DON DELILLO?
Ciao a tutti e buon fine settimana
venerdì 15 febbraio 2008
Sempre e ancora desiderio...
"Così il desiderio che ha l'uomo di amare è infinito non per altro se non perché l'uomo si ama di un amore senza limiti. E conseguentemente desidera di trovare oggetti che gli piacciano, di trovare il buono (intendendo per buono anche il bello, e tutto ciò che affetta gradevolmente qualunque delle nostre afcoltà); desidera dunque di amare, ossia di determinarsi piacevolmente verso gli oggetti. E lo desidera senza confini, tanto rispetto al numero di questi oggetti, quanto rispetto alla misura della loro bontà, amabilità, piacevolezza. Questo è desiderio innato, inerente, indivisibile dalla natura non solo dell'uomo, ma di ogni altro vivente, perché è necessaria conseguenza dell'amor proprio, il quale è necessaria conseguenza della vita. ma non prova che la facoltà di amare sia infinita nell'uomo: e così ol desiderio infinito di conoscere non prova che la sua facoltà di conoscere sia infinita: prova solamente che il suo amor proprio è illimitato o infinito. E infatti come si potrà dire che la facoltà nostra di conoscere o di amare sia infinita? - Ma noi possiamo conoscere un bene infinito ed amarlo. - Bisognerebbe che lo potessimo conoscere infinitamente ed amare infinitamente. Ma non lo possiamo né conoscere né amare, se non imperfettissimamente. Dunque la nostra cognizione e il nostro amore, benché cadano sopra un Essere infinito, non sono infinite, né possono mai essere. Dunque le nostre facoltà di conoscere e di amare sono essenzialmente ed effettivamente limitate come facoltà di agire fisicamente, perché non sono capaci né di cognizione né di amore infinito, né in numero né in misura, come non siamo capaci di azione infinita fisica. (...) Dunque il nostro desiderio infinito di conoscere (cioè concepire), e di amare, non può essere mai soddisfatto dalla realtà, ossia da questo che la nostra facoltà di conoscere e di amare possieda realmente un oggetto infinito, in quanto è infinito, e in quanto non si possa mai possedere (altrimenti la possessione non sarebbe infinita): ma solamente può esser soddisfatto dalle illusioni (o false concezioni, o false persuasioni di conoscenza e di amore, e di possesso e di godimento) e dalle distrazioni ovvero occupazioni: due grandi istrumenti adoperati dalla natura per la nostra felicità" (8 Decembre 1820)
Giacomo Leopardi, ZIBALDONE
muble, muble :)
Giacomo Leopardi, ZIBALDONE
muble, muble :)
giovedì 14 febbraio 2008
"La passeggiata"
Conoscete il grande scrittore Roberto Walser? Ha scritto un racconto breve di assoluta bellezza, "La passeggiata", di cui riporto ora uno brano:
"Mentre, giacendo assorto, chiedevo in silenzio perdono agli uomini, mi tornò ancora alla mente quella fanciulla tutta fresca di giovinezza, dalla bocca così graziosamente infantile e dalle gote deliziose. Rivissi acutamente il rapimento che mi dava la sua presenza fisica, così tenera e melodiosa, e come tuttavia, avendole chiesto poco tempo addietro se credeva che le fossi realmente affezionato, in segno di dubbio e d'incredulità avesse abbassato i begli occhi e mi avesse risposto 'No'. Le circostanze l'avevano indotta a partire, e così la perdei. E tuttavia avrei voluto probabilmente convincerla con le mie buone intenzioni. (...) 'Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?' mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio."
Bello, vero?
"Mentre, giacendo assorto, chiedevo in silenzio perdono agli uomini, mi tornò ancora alla mente quella fanciulla tutta fresca di giovinezza, dalla bocca così graziosamente infantile e dalle gote deliziose. Rivissi acutamente il rapimento che mi dava la sua presenza fisica, così tenera e melodiosa, e come tuttavia, avendole chiesto poco tempo addietro se credeva che le fossi realmente affezionato, in segno di dubbio e d'incredulità avesse abbassato i begli occhi e mi avesse risposto 'No'. Le circostanze l'avevano indotta a partire, e così la perdei. E tuttavia avrei voluto probabilmente convincerla con le mie buone intenzioni. (...) 'Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?' mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio."
Bello, vero?
Ri-presentazione
Ciao ragazzi!!
Sono sempre io, Sandra Bortolazzo, e spero che questa volta mi vada meglio!!
L'argomento del mio blog sarà sempre, come avevo accennato, la mia grande passione, cioè la POESIA, dove vivo con il nome di Giovanna Frene. E siccome non mi piace ripetermi, questa volta lascio perdere Zanzotto e l'amato Leoperdi, e mi butto direttamente sul padre di tutti noi, oltre a Dante: Petrarca.
Il brano che riporto è tratto dal bellissimo "Secretum":
"- (...) Se non puoi amare se non ciò che si vede, hai amato un corpo. Questo, senza negare che anche la sua anima e i suoi costumi abbiano potuto fornire alimento alle tue fiamme, così come il nome di lei (...) e hanno certo aggiunto qualcosa, anzi moltissimo, a tali furori. Accade infatti a tutte le passioni dell'anima, e sopratutto a questa, che da piccole scintille nascano grandi incendi.
- Capisco dove mi vuoi spingere: a farmi confessare, con Ovidio, 'Ho amato l'anima insieme al corpo'.
- E ti toccherà confessare anche quel che segue: che non hai amato nessuno dei due con sufficiente equilibrio; che non hai amato nessuno dei due nel modo giusto."
Ecco, per ora è tutto.
Sandra
Sono sempre io, Sandra Bortolazzo, e spero che questa volta mi vada meglio!!
L'argomento del mio blog sarà sempre, come avevo accennato, la mia grande passione, cioè la POESIA, dove vivo con il nome di Giovanna Frene. E siccome non mi piace ripetermi, questa volta lascio perdere Zanzotto e l'amato Leoperdi, e mi butto direttamente sul padre di tutti noi, oltre a Dante: Petrarca.
Il brano che riporto è tratto dal bellissimo "Secretum":
"- (...) Se non puoi amare se non ciò che si vede, hai amato un corpo. Questo, senza negare che anche la sua anima e i suoi costumi abbiano potuto fornire alimento alle tue fiamme, così come il nome di lei (...) e hanno certo aggiunto qualcosa, anzi moltissimo, a tali furori. Accade infatti a tutte le passioni dell'anima, e sopratutto a questa, che da piccole scintille nascano grandi incendi.
- Capisco dove mi vuoi spingere: a farmi confessare, con Ovidio, 'Ho amato l'anima insieme al corpo'.
- E ti toccherà confessare anche quel che segue: che non hai amato nessuno dei due con sufficiente equilibrio; che non hai amato nessuno dei due nel modo giusto."
Ecco, per ora è tutto.
Sandra
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