mercoledì 20 febbraio 2008
Sul fare poesia
Lo scrivere poesie per me è sempre stato pressapoco raggrumare la caotica complessità del mondo nella materia della parola. Come se in un punto preciso nel tempo e nello spazio qualcosa del fuggire del tempo e dello spazio si fissasse in un'essenza, una goccia di profumo.
martedì 19 febbraio 2008
Piccolo Laboratorio di Scrittura Poetica

Può essere utile entrare nell'officina di un poeta per imparare a smontare un testo poetico. Questa autoanalisi, funzionale alla traduzione in inglese per una rivista americana, è stata utilissima anche all'autore!!
Giovanna Frene
Poesia da 'Sara Laughs' (Edizioni D’If, 2007)
***
questo vetro alitato in una sola direzione che presto
un colpo inferto dall’opposto infrangerà
come un cielo stellato
come aprirlo anche un solo momento
senza che si rompa il diaframma salvifico? 5
non perché si è nelle cose
si vive
ma per i segni del piombo
***
this glass blown in one direction alone that quick
a stroke inflicted from the opposing end will shatter
like a sky starred
how to open it even a sole moment
without breaking the salvific diaphragm?
it’s not because one is in things
one lives
but for the signs of lead
(Translated by J. Scappettone, University of Chicago)
Commento a “questo vetro alitato…”
– v. 1: “vetro alitato in una sola direzione” è una metafora per la condizione della vita umana, come inevitabilmente chiusa al di qua di qualcosa (al di là, infatti, c’è solo la morte); il vetro è alitato perché è come se l’alito dell’uomo si fissasse sopra, dalla parte del vetro chiuso (“in una sola direzione” vuol dire da una sola parte);
– v. 2: “colpo inferto dall’opposto” è la metafora della morte (che è appunto al di là del vetro), che verrà e lo infrangerà;
– v. 3: il “cielo stellato”, che è l’apertura all’infinito, è una citazione da Kant («Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me»); il senso profondo della metafora è che si passa dalla vita alla morte all’infinito (vetro > colpo > vetro in frantumi come stelle);
– vv. 4/5: “come aprirlo anche un solo momento / senza che si rompa il diaframma salvifico?”, significa che il vetro (metafora della vita, vedi v. 1) non può essere aperto o rotto mentre si vive, pena appunto la morte; il vetro, infatti, pur essendo un limite, è anche un “diaframma salvifico”; in generale, la metafora significa dunque che: il limite fa parte della vita umana e non può essere superato. Questo concetto del limite richiama anche, per altri versi, la presenza della morte come limite nella vita (cioè non intesa come quella che romperà il vetro al v.2, ma intesa come facente parte della struttura del vetro, cioè della vita): infatti, il vetro può anche essere interpretato come il vetro di certe bare da morto; dunque, la metafora parte da questo punto di vista anche da un’immagine precisa, che è una nuova metafora: la vita è come essere chiusi in una cassa da morto da cui guardiamo fuori attraverso il vetro;
– vv. 6/8: quest’ultima metafora della morte raffigurata nella bara con il vetro, viene poi ripresa negli ultimi tre versi: i “segni del piombo” del v. 8 sono infatti quelli di chiusura della bara (questo procedimento è usare un’immagine reale anche in senso metaforico); dunque il senso finale è che “si vive” non perché si è nella realtà (“nelle cose”), ma perché il limite ci salva (“ i segni del piombo” sono infatti quelli che sigillano la bara da dentro cui l’uomo guarda fuori: e qui si torna all’idea espressa all’inizio, del “diaframma salvifico”).
Boris Pahor, 'Necropoli'

Segnalo un bellissimo libro di cui sono venuta a conoscenza da poco e che ho intenzione di leggere:
BORIS PAHOR, 'Necropoli', Roma, Fazi 2008
Pahor (1913), scrittore sloveno di Trieste, più volte candidato al Nobel, narra in questo libro la sua esperienza di internato nei campi di concentramento nazisti. Il libro, pubblicato in lingua italiana a Trieste quasi clandestinamente circa 40 anni fa, ha aspettato 40 anni per vedere la luce ufficialmente nella cultura italiana. Meditate, gente, meditate...
lunedì 18 febbraio 2008
June Jordan (1936-2002), poetessa afro-americana
Dalle innumerevoli traduzioni dell'amica Elisa Biagini (Firenze, 1970) riporto oggi una poesia dell'afro-americana June Jordan, poetessa, saggista, scrittrice e docente di scrittura creativa:
***
"Per tutto il giorno ho fatto le cose in fretta
raccogliendo foglie
raschiando una padella
leggendo alla svelta un'antologia di poesia
asiatico-americana.
Tutto perché faceva così male
pensare a te faceva male
perché
mi sono mossa così lentamente
e in cerchi
apparentemente insensibile
a come tenevi l'asciugamano
largo per quanto sono lunghe le tue braccia sottili
per avvolgerlo intorno a me
tremante dalla vasca
come tenevi un libro di storie per bambini
vicino alla mia quasi chiusa palpebra
come tenevi me
libera
come potevo solo sperare
di essere."
ciao ciao
***
"Per tutto il giorno ho fatto le cose in fretta
raccogliendo foglie
raschiando una padella
leggendo alla svelta un'antologia di poesia
asiatico-americana.
Tutto perché faceva così male
pensare a te faceva male
perché
mi sono mossa così lentamente
e in cerchi
apparentemente insensibile
a come tenevi l'asciugamano
largo per quanto sono lunghe le tue braccia sottili
per avvolgerlo intorno a me
tremante dalla vasca
come tenevi un libro di storie per bambini
vicino alla mia quasi chiusa palpebra
come tenevi me
libera
come potevo solo sperare
di essere."
ciao ciao
domenica 17 febbraio 2008
Dama ROSSO

Sul potere della parola. Oggi un mio amico designer mi spedisce un allegato che si intitola 'Dama ROSSO'. Io ho pensato a una dama in rosso di qualche quadro. Invece, era una sedia rossa progettata da lui (per vedere il colore rosso, corretto, clikkare sull'immagine: qui nell'icona in piccolo si vede blu).
Il tempo, grande signore

"Mi indicherai un uomo che attribuisca un valore effettivo al tempo, che sappia soppesare ogni giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? Sbagliamo, infatti, in questo: che ravvisiamo la morte innanzi a noi; ebbene: una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente."
Seneca, 'Lettere a Lucilio, I,1,2'
Questo è il cimitero del mio paesello d'origine, Crespano del Grappa (TV), alle pendici dell'omonimo massiccio; la chiesetta, dedicata a San Pancrazio, risale al XIII secolo.
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