sabato 16 febbraio 2008

"Pastorale americana"

Ciao ragazzi,
oggi metterò in rete l'incipit di un libro straordianrio di Philip Roth, "Pastorale americana", romanzo con cui il grande scrittore americano vinse il Pulitzer Prize nel 1997.

"Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta di liceo. Era magico il nome, come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov."

Avete mai letto un altro grandissimo scrittore americano contemporaneo che risponde al nome DON DELILLO?

Ciao a tutti e buon fine settimana

venerdì 15 febbraio 2008

Sempre e ancora desiderio...

"Così il desiderio che ha l'uomo di amare è infinito non per altro se non perché l'uomo si ama di un amore senza limiti. E conseguentemente desidera di trovare oggetti che gli piacciano, di trovare il buono (intendendo per buono anche il bello, e tutto ciò che affetta gradevolmente qualunque delle nostre afcoltà); desidera dunque di amare, ossia di determinarsi piacevolmente verso gli oggetti. E lo desidera senza confini, tanto rispetto al numero di questi oggetti, quanto rispetto alla misura della loro bontà, amabilità, piacevolezza. Questo è desiderio innato, inerente, indivisibile dalla natura non solo dell'uomo, ma di ogni altro vivente, perché è necessaria conseguenza dell'amor proprio, il quale è necessaria conseguenza della vita. ma non prova che la facoltà di amare sia infinita nell'uomo: e così ol desiderio infinito di conoscere non prova che la sua facoltà di conoscere sia infinita: prova solamente che il suo amor proprio è illimitato o infinito. E infatti come si potrà dire che la facoltà nostra di conoscere o di amare sia infinita? - Ma noi possiamo conoscere un bene infinito ed amarlo. - Bisognerebbe che lo potessimo conoscere infinitamente ed amare infinitamente. Ma non lo possiamo né conoscere né amare, se non imperfettissimamente. Dunque la nostra cognizione e il nostro amore, benché cadano sopra un Essere infinito, non sono infinite, né possono mai essere. Dunque le nostre facoltà di conoscere e di amare sono essenzialmente ed effettivamente limitate come facoltà di agire fisicamente, perché non sono capaci né di cognizione né di amore infinito, né in numero né in misura, come non siamo capaci di azione infinita fisica. (...) Dunque il nostro desiderio infinito di conoscere (cioè concepire), e di amare, non può essere mai soddisfatto dalla realtà, ossia da questo che la nostra facoltà di conoscere e di amare possieda realmente un oggetto infinito, in quanto è infinito, e in quanto non si possa mai possedere (altrimenti la possessione non sarebbe infinita): ma solamente può esser soddisfatto dalle illusioni (o false concezioni, o false persuasioni di conoscenza e di amore, e di possesso e di godimento) e dalle distrazioni ovvero occupazioni: due grandi istrumenti adoperati dalla natura per la nostra felicità" (8 Decembre 1820)

Giacomo Leopardi, ZIBALDONE


muble, muble :)

giovedì 14 febbraio 2008

"La passeggiata"

Conoscete il grande scrittore Roberto Walser? Ha scritto un racconto breve di assoluta bellezza, "La passeggiata", di cui riporto ora uno brano:

"Mentre, giacendo assorto, chiedevo in silenzio perdono agli uomini, mi tornò ancora alla mente quella fanciulla tutta fresca di giovinezza, dalla bocca così graziosamente infantile e dalle gote deliziose. Rivissi acutamente il rapimento che mi dava la sua presenza fisica, così tenera e melodiosa, e come tuttavia, avendole chiesto poco tempo addietro se credeva che le fossi realmente affezionato, in segno di dubbio e d'incredulità avesse abbassato i begli occhi e mi avesse risposto 'No'. Le circostanze l'avevano indotta a partire, e così la perdei. E tuttavia avrei voluto probabilmente convincerla con le mie buone intenzioni. (...) 'Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?' mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio."

Bello, vero?

Ri-presentazione

Ciao ragazzi!!
Sono sempre io, Sandra Bortolazzo, e spero che questa volta mi vada meglio!!

L'argomento del mio blog sarà sempre, come avevo accennato, la mia grande passione, cioè la POESIA, dove vivo con il nome di Giovanna Frene. E siccome non mi piace ripetermi, questa volta lascio perdere Zanzotto e l'amato Leoperdi, e mi butto direttamente sul padre di tutti noi, oltre a Dante: Petrarca.

Il brano che riporto è tratto dal bellissimo "Secretum":

"- (...) Se non puoi amare se non ciò che si vede, hai amato un corpo. Questo, senza negare che anche la sua anima e i suoi costumi abbiano potuto fornire alimento alle tue fiamme, così come il nome di lei (...) e hanno certo aggiunto qualcosa, anzi moltissimo, a tali furori. Accade infatti a tutte le passioni dell'anima, e sopratutto a questa, che da piccole scintille nascano grandi incendi.
- Capisco dove mi vuoi spingere: a farmi confessare, con Ovidio, 'Ho amato l'anima insieme al corpo'.
- E ti toccherà confessare anche quel che segue: che non hai amato nessuno dei due con sufficiente equilibrio; che non hai amato nessuno dei due nel modo giusto."

Ecco, per ora è tutto.

Sandra